Andrea Amato

La crisi del pensiero liberale ed il nodo dei rapporti individuo-società

Un’epoca di notevoli trasformazioni, come quella moderna, non può non porci questioni fondamentali. Una di queste riguarda i rapporti tra individuo e società. Si può tentare di affrontare questo tema sia in un’ottica storica, che in una filosofica. Dal punto di vista storico, le ragioni del profondo disagio vissuto dalla società moderna risalgono alla crisi dei principi liberali. Sostanzialmente, la società liberale è sorta sulla base della valorizzazione della individualità, ma questa finalità è stata contraddetta dall’avvento della società di massa. L’altro motivo della crisi del liberalismo classico consiste nella trasformazione dell’individualità in individualismo, ossia in una valorizzazione dell’individuo, intesa dal punto di vista consumistico e della desideratività indifferenziata, avalutativa. La deformazione individualistica e la massificazione, inoltre, mettono in crisi quelle regole, tradizionali del liberalismo, tese ad assicurare la libertà dell’individuo entro i limiti del rispetto dell’eguale libertà altrui. In pratica, è fallita l’ipotesi contrattualistica, che finora ha retto i rapporti tra individuo e società. Sul piano filosofico, grande rilievo rivestono le tesi sostenute da Heidegger. Secondo il filosofo tedesco, la crisi della società moderna si manifesta nella duplice forma della oggettivazione e della massificazione. Tuttavia, il fondamento unico di tale situazione risiede nel soggettivismo, esercitato mediante il predominio dalla ragione. La ragione, innanzi tutto, si pone come oggettiva, perché oggettivi sono sia gli a priori della conoscenza, sia i risultati di quest’ultima. Di conseguenza, viene presentato come oggettivo l’intero ordinamento dell’ente, inteso nella sua totalità (compreso il rapporto tra ente ed essere), e, all’interno di tale ordinamento, la stessa collocazione dell’uomo. Cosicchè, la tendenza all’oggettivazione, avanzata dalla ragione, giustifica il primato della soggettività, proprio dell’uomo moderno. La società moderna, inoltre, si pone come la società della medietà, dove tutto, dalla ragione all’emotività, assume una tonalità media, la quale, però, si rivela insufficiente a promuovere un progetto autentico, di cui pure ci sarebbe necessità. Tuttavia, di questo fallimento non vi è coscienza nelluomo, il quale, essendosi rassicurato preliminarmente sul proprio predominio, resta prigioniero di questa sua stessa rassicurazione e non si lascia interrogare dal mondo, pur avendone la possibilità. Perciò, il fallimento non diventa crisi. Rispetto a tutto ciò, la via democratica, finora, ha teso alla ricerca di un terreno comune di riconoscimento, valido per l’intera società. Inoltre, il formalismo democratico, allargato all’intera popolazione, offre gli strumenti della condivisione di un destino storico comune e, parimenti, costituisce una legittimazione della strutturazione sociale ed istituzionale così configurata. In seguito, tale formalismo ha subito una integrazione sostanziale, in conseguenza delle rivendicazioni avanzate dal movimento operaio. Tuttavia, il fondamento democratico, ad un certo punto, viene vanificato: perché deviato su finalità consumistiche; perché impregnato di comportamenti individualistici e corporativi, i quali minano alla radice il presupposto, implicito in ogni democrazia, di una corrispondenza tra individuo e società, ossia del rispetto reciproco di quell’orizzonte comune, il quale preordina sia gli interessi pubblici che gli interessi privati; perché, in parte, delega a soggetti nascosti, antidemocratici, la definizione della propria prospettiva storica.